Cultura Ispica 30/07/2012 17:58 Notizia letta: 8352 volte

Se un vino si chiama Spaccaforno

Dell'azienda Riofavara
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Ispica - Spaccaforno 2010 di Riofavara. L'azienda si trova ad Ispica, nella zona che alcuni intendono come il cuore storico del Nero d'Avola. Il proprietario Massimo Padova, che dirige il lavoro nel campo, ci fa presente che la peculiarità delle loro viti sta principalmente nel clone, un clone veramente aziendale nel senso che le marze con cui è avvenuta la propagazione della vigna, sono ricavate selezionando le vecchie viti, a loro volta sempre ricavate da quelle più vecchie. Praticamente è il modello della catena di Sant'Antonio applicato al NdA. A questo aggiungiamo le caratteristiche pedoclimatiche della zona, la sua vocazione al vitigno ed otteniamo una miscela esplosiva positiva. La famiglia Padova ha continuato ad adottare anche le vecchie tradizioni del territorio per cui il NdA non era completamente monovitigno, ma c'era sempre un 5/10% di altre uve localiquali l'Albanello, il Moscatello, il Nero grosso, il Surra un fratello del Frappato.

Come se non bastasse la tradizione della vigna si è aggiunta una conduzione agronomica d'altri tempi, quando la chimica era praticamente assente, quindi una coltivazione di tipo biologico.

Siamo sui 150 m vicino al mare e questo clone matura più tardi, per cui la vendemmia, selettiva, avviene dalla metà di settembre. Dopo una raccolta manuale e una diraspatura delicata, una macerazione di circa 7 giorni in tini di grande diametro per evitare la produzione di molta feccia, effettuata la malolattica, il vino matura in tonneaux e barriques per 6 mesi, cui seguono altri 6 mesi in acciaio e 10 in bottiglia. Sotto la guida degli enologi Nino di Marco e Peter Vinding si ottiene un vino naturale, senza trattamenti tecnici particolari, senza aggiunte chimiche, fermentato dai lieviti spontanei.

Facciamo subito presente che l'annata 2010 sarà in commercio alla fine dell'anno per cui il vino non si è completamente assestato; è come un puledro di razza che ancora non è stato addomesticato per diventare un futuro campione. La retroetichetta, con rispetto per il consumatore, specifica che oltre al NdA sono presenti piccole percentuali di vitigni locali, che sono quelli sopra già indicati.

Versiamo nel calice e risulta un colore rubino classico, profondo; lo ossigeniamo un poco e l'avviciniamo al naso. Si avverte immediatamente un sentore erbaceo, di fiori secchi e quasi nient'altro. Continuiamo a roteare, a dare ossigeno ed ecco che il vino va cambiando, piano piano l'erbaceo di allontana per poi svanire quasi del tutto ed è soppiantato dalla marasca sotto spirito, seguita dalla ciliegia e da lievi frutti rossi. Effettivamente ci troviamo al cospetto di un NdA diverso, non omogenizzato, che non strizza l'occhio ai canoni globalizzati. L'intensità olfattiva è ottima e siamo attratti dallo scoprire come si evolve nel bicchiere.

Anche al palato è un vino dalla doppia personalità, alla prima ossigenazione risulta quasi squilibrato con immediate sensazioni di acidità, con un amaro eccessivo, da delusione. Invece dando aria ecco che viene fuori il dottor Jekill, quello buono; l'acidità s'invola, l'amaro si attenua e l'amarena si sveglia dal suo torpore, il vino diventa piacevole, lungo, con tannini equilibrati. Ecco untipico vino naturale, un vino che deve molto ossigenarsi per estrinsecare le sue qualità. Questo è anche dovuto alla minima anidride solforosa aggiunta, alla tipicità del clone e specialmente al non completo affinamento in bottiglia.

Sono state prodotte 21.000 bottiglie commercializzate nei canali HoReCa a 15 euro.

L'abbiamo abbinato ad una pasta con i pomodorini di Pachino a crudo, ad una cotoletta, ad un pecorino primosale.

Cronache di gusto
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