Cultura Racconto 27/06/2013 00:11 Notizia letta: 5768 volte

Le voci di Ciriga

-Odisseo! – Esclamò. E diede un forte sospiro. -Sa come chiamano questo posto?
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Pachino era già lontana, il sole era ancora molto alto sulla linea dell’orizzonte. Viaggiavo a bordo di una piccola 126 fiat rossa che avevo comprato da poco tempo proprio per fare quella tratta.  Attraversavo lentamente i pantani quasi prosciugati dal caldo agostano appiccicoso e umido. Sudavo. L’aria condizionata era un finestrino aperto che spesso mi causava più fastidio che sollievo.

Una BMW ultimo modello, che in una serie di curve si era molto avvicinata alla mia scatoletta, accennò un timido sorpasso che io non permisi per il semplice fatto che ero distratto da pensieri miei. Sentii il clacson nervoso, insistente, con il quale il conducente mi riportava a una realtà più oggettiva e meno astratta dalla quale spesso e volentieri, durante il lungo viaggio, evadevo.

Feci una manovra brusca che mi portò quasi a lambire il guard-rail. La macchina che mi seguiva diede un improvviso colpo di acceleratore e, con un’impennata, sorpassò.

Ritornai ai miei pensieri con una guida passiva e stanca.

Abbandonai infine la strada tortuosa dei pantani e m’introdussi, attraverso uno svincolo, in un’altra molto più rettilinea e ampia che costeggiava il mare fino a Pozzallo.

Porto Ulisse si apriva a ventaglio con un’immensa baia dolce alla mia sinistra su un mare immobile di lapislazzuli.

Dopo qualche centinaio di metri, vidi la macchina che mi aveva sorpassato ferma al bordo della strada. Il cofano aperto, lo sportello del posto di guida spalancato.

Al mio sopraggiungere, una splendida donna comparve da dietro il cofano e, spostandosi al centro della carreggiata, fece segnale di fermarmi. Accostai.

- Cos’è successo?- Chiesi subito, abbassando il finestrino della mia vettura.

-Sono in panne. – Mi confessò con un leggero accento tedesco la sconosciuta. E aggiunse: -Non conosco nessuno da queste parti, potrebbe aiutarmi a trovare un meccanico?-

La prima cosa che mi venne in mente fu una bestemmia ma la soffocai tempestivamente fra le labbra.

-Non conosco nessuno da queste parti anch’io. –Risposi. – Non saprei in verità come aiutarla.-

Lei mi guardò con uno sguardo supplichevole e perso che smontò ogni mia legittima resistenza.

-Guardi. –Le proposi. – Pozzallo non è molto lontana. Potrei cercarle là un meccanico, se Lei avrà la pazienza di aspettare.-

La signora parve confortata da questa mia idea e acconsentì alla mia proposta con molto entusiasmo.

Misi in moto la mia macchina e mi allontanai lentamente guardando la donna dallo specchio retrovisore.

Una signora giovane, bionda, dai lineamenti molto dolci evidenziati da un trucco sapiente e accurato. Un grande cappello di paglia le proteggeva il viso, i capelli che ricadevano a riccioli festosi sulle spalle. Il corpo slanciato, perfetto, era racchiuso in un attillato prendisole. Mi ricordava lontane latitudini, nebbie e nevi perenni che filano la luce del sole in tanti raggi pallidi o opachi, tristi come le ombre dei boschi dai quali appena filtrano che il mistero rende fitte e infide.

Arrivai a Pozzallo, cercai un meccanico, lo convinsi dopo non poche insistenze a seguirmi.

Mi guidava un’ansia ma anche un desiderio forte di rivedere quella splendida creatura, per poterne studiare con più calma le fattezze, per ammirarne il corpo.

Speravo di rivederla subito dopo una curva e, invece, la macchina non c’era più. Pensai di essermi sbagliato e continuai fino allo svincolo che mi avrebbe riportato a Pachino.

La macchina non c’era davvero. Il problema fu, per me, affrontare le ire del meccanico. Dopo un forte litigio, l’uomo mise in moto la sua vettura e, sgommando, partì.

Non mi sapevo dare pace. Mi bruciava peggio di una ferita quel tiro. Imprecai contro la mia dabbenaggine, contro la mia natura stupida e disponibile. Giurai a me stesso che mai più mi sarei fidato e prestato con tanta facilità.

Da una stradina bianca sbucò un uomo. Guidava un vecchio cavallo che trainava un antico carretto siciliano. Mi avvicinai a lui per chiedere notizie della signora straniera.

Sì. Aveva notato quella macchina nuova ferma ai margini della strada, mi disse.

Lo incalzai di domande. M’indicò una trazzera bianca, più avanti, che portava diritta diritta al mare. Lo lasciai senza salutarlo e, furioso com’ero, m’infilai con la mia macchinetta in quella stradina aperta tra terreni di sabbia. Per ritrovare e sgridare la bella sconosciuta o forse solo per rivederla ancora.

Non feci molta strada e riconobbi in lontananza la BMW parcheggiata su uno sperone di roccia. Il cuore mi batteva forte nel petto come dopo una corsa. Scesi dalla mia auto e percorsi a piedi il breve tratturo che scendeva da una piccola altura al mare.

Una splendida insenatura quasi nascosta si apriva davanti a me con rocce bianche erose dal vento e una sabbia finissima lambita da un’acqua limpida sulla quale il sole del tardo pomeriggio seminava una scia ardente di piccole stelle.

Degli scogli alti, a base rotondeggiante e pareti a picco, sembravano grossi denti cariati. Emergevano dal mare e duettavano con le coste a falesie in un paesaggio stregato e deserto.

Agitai da lontano le braccia per attirare l’attenzione della sconosciuta. Lei era là, sulla spiaggia, nuda, immersa in una luce magica, mediterranea. Neppure si accorse di me, sospetto.

Facendo attenzione, cominciai a scendere fino alla spiaggia, là dove lei, abbandonata ai suoi pensieri, godeva l’ultimo sole.

Tossii quando le fui vicino per non sorprenderla, per non impaurirla.

Al sentire la mia voce non si scompose, non si sorprese. Rimase immobile senza manifestare neppure un finto pudore che le suggerisse un gesto improvviso della mano per esprimere la volontà di ricoprirsi.

-Ero venuto con un meccanico.- Le dissi con una voce che sapeva di rimprovero.

-Mi deve scusare. – M’interruppe. –La macchina subito dopo ripartì perché un altro signore di passaggio si è fermato e l’ha aggiustata. Era una stupidaggine, una sciocchezza, in effetti, che però, non essendo io per niente esperta di motori, mi avrebbe messo seriamente nei guai. Volevo avvisarla, purtroppo non avevo il suo cellulare.  Aspettai un po’ di tempo ma lei tardava. Così decisi di proseguire il mio viaggio.- 

Non seppi continuare nel mio rimprovero e mi vergognai di averglielo fatto.

Rimanemmo in silenzio. Un lungo silenzio.

-Vengo spesso da queste parti. – Proseguì lei.

-Ah!- Risposi, impacciato e pieno di vergogna.

-Quando sono in Sicilia. – Precisò. – E’un posto incantato, questo, non trova?-

-Sì. – Balbettai. –Passo spesso per lavoro da qui. Le confesso, però, che è la prima volta che scopro questa insenatura. E’ quasi nascosta dalla vegetazione e dalle rocce che poi si perdono nel largo approdo che un tempo, secondo la leggenda, diede riparo a Ulisse, il mitico eroe d’Itaca, l’uomo che ogni donna avrebbe voluto far suo come amante.-

Lei mi guardò con occhi molto aperti e interessati.

-Odisseo! – Esclamò. E diede un forte sospiro. -Sa come chiamano questo posto? – Riprese.

-No. – Risposi.

-Ciriga. – Disse con una voce misteriosa e profonda. –Ciriga. – Ripeté, come se volesse convincersene.  –Amo stare qui, da sola, ad ascoltare le voci che il mare mi riporta. Non sono voci di fantasmi, sono solo echi di memorie antiche che chiedono la carità di un ascolto e, perché no?, il conforto di un lamento o il suffragio di una preghiera al loro dio ignoto che nessuno conobbe mai. Venivano da Clupea, una città dell’Africa proconsolare che lo storico Strabone colloca nei pressi di Capo Bon in Tunisia. Agatocle, il tiranno siracusano, vi aveva insediato dei coloni siculi che rimasero tuttavia fedeli a Cartagine. Le truppe di Attilio Regolo erano state annientate dai Cartaginesi in quel posto durante la prima guerra punica e anche il console era stato fatto prigioniero. Roma, però, mandò rinforzi che liberarono gli ostaggi e garantirono il loro ritorno. Tuttavia, presso Camarina, forse per la vendetta di un dio nemico, una tempesta li colse nel loro viaggio di ritorno in patria. Per l’imperizia dei nocchieri di cui si fidava il console, di trecentosessantaquattro navi che avevano lasciato l’Africa solo ottanta riuscirono a mettersi in salvo.  Parecchie di esse la corrente le trasportò fino al Capo Pachino in un terribile e drammatico naufragio. Al largo, proprio in questo specchio di mare, molte delle imbarcazioni s’inabissarono con il loro carico di armi e di eroi. Sento in questo momento la loro presenza, distinguo e ascolto nel silenzio le loro voci, le grida di aiuto, rivedo fra le ombre della sera i loro volti e gli occhi dilatati dallo sforzo. Come antica vestale, custodisco il fuoco sacro del ricordo perché, fino a quando qualcuno potrà raccontare, quella memoria non muoia e, con essa, le loro povere storie. –Concluse in un modo sibillino: - Io sono parte di esse.-

-Come fa a sapere questi fatti? Ha intrapreso degli studi particolari? – La incalzai, affascinato dal suo modo di parlare.

Lei non rispose e sorrise. Si alzò e si rivestì lentamente. La luce diventava penombra.

-Devo andare. –Mi confessò. – E’ stato un piacere incontrarla. –

-Il piacere è stato mio. – Risposi. –La rivedrò ancora?-

-Forse. –Disse lei. Raccogliendo le sue cose.

La accompagnai alla macchina.

-La sua macchina? – Mi chiese, non vedendo la mia 126 fiat.

-L’ho lasciata all’inizio della stradina. – La informai.

-Venga! Le do un passaggio. – E fece per aprire lo sportello invitandomi a salire.

-Grazie. –Rifiutai. -Sono appena pochi metri. Domani la rivedrò? – Insistei.

-A quest’ora ci sarò.- Mise in moto la macchina e la seguii con gli occhi mentre raggiungeva la strada provinciale fino a quando scomparve.

Ero come ubriaco. Non vidi l’ora di ritornare il giorno dopo.

M’inoltrai con l’auto per la stradina bianca che portava alla spiaggia nascosta.

La signora, però, non c’era. Aspettai, guardando il mare, che da un momento all’altro comparisse. Nessuno venne. Il tramonto colorava ora la pietra dei faraglioni di un rosa tenue che contrastava con l’azzurro dell’acqua triste e malinconico.

-Ciriga. –Mormorai. –Non è stata un’allucinazione. Non ho mai avuto problemi di questo genere in vita mia! –Mi rincuorai. Un senso di frustrazione mi colse comunque. La sera incombeva sull’acqua ormai con celeri ombre.

Ritornai alla macchina. Scorsi all’ingresso della trazzera il contadino del giorno precedente col suo vecchio carro trainato dal cavallo.  Gli andai incontro.

-Quella signora di ieri…-Gli chiesi con un affanno nella voce cercando conferme.

Lui mi guardò con uno sguardo sorpreso.

-Quale signora? –Domandò. - Nessuno viene mai da queste parti. Non vedo una femmina da quando sono nato.- Rispose con molta rozzezza.

-Ma come? Quella splendida creatura che, se non la avessi vista con questi occhi in carne ed ossa, non avrei esitato a definirla una vera sirena...– Replicai spazientito.

L’altro mi guardò ancora con occhi sempre più spiritati e strani.

-Un altro pazzo! –Esclamò a voce alta. –Che vede sirene e madonne dappertutto e sente voci che arrivano dal mare. Ja!- Gridò poi al cavallo riprendendo la sua lenta e malinconica marcia.

Non passo più da tanti anni da quel posto. Suppongo però che ogni notte i fantasmi riemergano puntuali dal mare per raccontare a una dolce sirena, nascosta tra le rocce e i faraglioni di Ciriga, le loro storie.  Perché lei le possa raccontare a sua volta. Al viandante distratto, al turista ignaro, all’uomo vecchio che in un caldo pomeriggio di una sua lontana giovinezza per caso scoprì la bellezza ma non seppe o non poté possederla.   

CREDITI

Adolfo Holm, Storia della Sicilia nell’Antichità, Vol. III, tradotto da Giuseppe kirner, parte I, pag. 37, 1993, Gruppo Editoriale Brancato Clio Biesse Nuova Bietti.

La foto è di Gianfranco Guccione. Tutti i diritti riservati 

     

Un Uomo Libero.
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